ACT..AZIONE!!

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ACT..AZIONE!!

Due parole per spiegare l’Acceptance Commitment Therapy

“Prendete con le mani i lati del libro accanto a voi e mettetevelo davanti agli occhi, fino a sfiorarvi il naso. Ecco, ora provate a pensare se in questa situazione riuscireste a guidare, fare una torta, leggere un libro. Ora allungate le braccia al massimo  e cercate di tenerle più lontano possibile, tenete le braccia ferme mi raccomando. Ancora, chiedetevi se siete in grado di fare qualche azione, che sia leggere un giornale, guidare una macchina o fare un disegno. Dopo aver provato entrambi le soluzioni provate a farne un’ultima, probabilmente la più controintuitiva per voi…provate a mettere il libro sulle ginocchia”.

Se noi pensassimo a quel libro come ad un pezzetto per noi doloroso, sia esso un pensiero o un’emozione, e ci chiedessimo come abbiamo  reagito ad esso nella nostra vita, beh molto probabilmente cadremmo in una delle due azioni citate prima. Potremmo aver passato periodi infiniti avendolo sempre in testa, riflettendoci continuamente sopra e cercando strategie per non provare quella sensazione o altrimenti potremmo averci lottato cercando di non pensarci ma in entrambi i casi avremmo provato emozioni, come ad esempio rabbia o tristezza, per questo dolore sempre presente che di fatto ci ha bloccato non permettendoci di progettare un proprio futuro proprio se non in base ad esso.

Il razionale di questo modello ideato da S.Hayes (Acceptance Commitment Therapy) è proprio questo. Le strategie che utilizziamo per risolvere i nostri pezzetti complicati portano ad una spirale che mantiene e rinforza il tema doloroso grazie a quello che in clinica viene anche chiamato “problema secondario”, come cioè io giudico le mie esperienze siano esse interne (emozioni, pensieri o stati somatici) o esterne (i comportamenti). Se nell’esercizio del libro provassimo per un secondo proprio ad appoggiarlo sulle ginocchia beh ci accorgeremmo che avremmo a quel punto la possibilità di vedere oltre, non con la credenza che quel pezzetto doloroso lo abbiamo tolto, è lì con le sue memorie antiche, ma con la possibilità di orientarci verso ciò che sono i nostri valori o più semplicemente i nostri scopi cercando cioè di costruire con quel tema per noi complicato un rapporto diverso.

I due elementi chiave dell’Act, e tra di loro legati da un doppio filo, sono proprio l’accettazione, il provare cioè una strada alternativa alla gestione della sofferenza, proprio perché quelle utilizzate fino ad ora hanno causato una spirale di sofferenza, e l’impegno verso i valori, aiutare cioè il paziente ad esplorare i propri scopi e perseguirli. Non quindi con l’obiettivo di scappare da un dolore ma dirigersi verso qualcosa magari insieme ad esso. Come si vede non vi è un intervento sulle credenze, non si mette in discussione proprio niente, si aiuta il paziente a gestire quei temi dolorosi in un modo alternativo, siamo cioè in una nuova ondata della terapia cognitivo comportamentale dove il focus è sui meccanismi di mantenimento ma anche e soprattutto, proprio perché è la caratteristica di questo approccio rispetto ad altri che sono focalizzati solo sull’accettazione, sull’esplorazione dei propri valori e l’impegno a perseguirli.

Ecco come obiettivo centrale in questo modello è forse il lavoro sul piano più complicato con cui spesso lavoriamo coi pazienti, l’accettazione, laddove la strada delle rassicurazione è difficilmente percorribile o come spesso accade, penso anche semplicemente all’ipocondria, iatrogena. Non quindi un mondo a sé ma come assolutamente integrabile, all’interno dei modelli cognitivisti più tradizionali, e che anzi ci permette di arricchirne gli strumenti proprio in aree dove abbiamo forse più difficoltà perché probabilmente ci fa stare insieme al paziente col suo pezzetto doloroso.

Luca Calzolari

Psicologo Psicoterapeuta cognitivo comportamentale

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