L’importanza di come noi giudichiamo le nostre emozioni spiegata attraverso un episodio sportivo indimenticabile

Il problema secondario è tra i concetti centrali, nel modello cognitivo comportamentale, per provare a spiegare la sofferenza patologica della persona che abbiamo davanti  e come essa si mantenga nel tempo. Sintetizzando al massimo potremmo dire che è il significato, spesso negativo, che  diamo ai nostri stati mentali e che ci rimanda ad una certa immagine con cui vogliamo venire a contatto meno possibile. Obiettivo in terapia è capire quali sono le strategie che il soggetto utilizza per evitare di provare quel determinato vissuto e come tali strategie possano far parte del problema.

Proviamo a fare un esempio per cercare di descriverlo meglio. Pensiamo ad uno studente che vive una forte esperienza d’ansia in prossimità di un esame e che giudica questa sua reazione come segno di fragilità “Ecco, sono sempre il solito!! Solo un debole può farsi prendere dalla paura per un semplice esame. E’ la prova che non riuscirò a fare proprio nulla nella vita!”. Criticandosi per averla provata il soggetto non la utilizza come informazione importante per esplorare quale tema sente minacciato da quell’esame ma concentra tutte le sue attenzioni verso quello stato mentale, l’ansia nello specifico, ingaggiando una lotta con l’obiettivo di tenere quell’immagine di fragilità ben lontana.

Dall’esempio emerge come l’esplorazione del problema secondario in terapia acquisisce un valore fondamentale perché ci da la possibilità di accedere ai suoi temi dolorosi, più centrali, con cui probabilmente starà lottando da anni e che cerca in tutti i modi, modi che spesso mantengono lo stato problema, di tenere ben lontano.  Diversi modelli, inseriti all’interno della terza ondata della Terapia cognitivo comportamentale, si sono a tal punto focalizzati su questi temi da concettualizzare  la sofferenza cognitiva come conseguenza non del dolore esperito in una determinata situazione ma della lotta incessante che il soggetto attua con quello specifico pezzo di sé; e mentre lotta per allontanarlo perde di vista tutte quelle attività che lo potrebbero aiutare a crearsi una vita ricca e significativa.

L’importanza del problema secondario si percepisce ancora meglio quando ascoltiamo alcune motivazioni che spingono il soggetto ad andare in terapia. Nel momento in cui chiediamo il perché di una prima visita con lo psicoterapeuta non è raro ascoltare frasi come “il mio problema è l’ansia” o “questa vergogna non mi fa più vivere”, ritorna quindi centrale la lettura del proprio stato mentale che diventa da una parte la molla per chiedere aiuto e dall’altra la motivazione a mettere in atto determinate strategie che nella mente del paziente hanno lo scopo di allontanare l’esperienza emotiva, ma che nei fatti spesso la rinforzano.

Questo articolo, però, non è stato pensato per descrivere dettagliatamente il problema secondario, se non per l’importanza che riveste nella clinica. L’obiettivo è invece quello di descrivere un episodio visto in televisione diversi anni fa e a cui ripenso spesso quando ascolto storie di pazienti ingaggiati nella loro personale battaglia contro quel pezzo di sé che considerano la fonte della loro sofferenza.

E’ luglio del 2006 e come tutti ricorderete in Germania l’Italia stava affrontando quei Mondiali che poi avrebbe vinto. Durante il telegiornale a pranzo, la sera si sarebbe disputata la finale con la Francia, un servizio mostra una conferenza stampa molto improvvisata in mezzo al campo di allenamento con un capannello di giornalisti che circonda Gattuso, ormai ex giocatore di calcio. Prima ancora delle domande le telecamere puntano sulla sua espressione, una volta di più la mimica facciale non mente: ha profonde occhiaie, molto contratto, visibilmente agitato. Iniziano le domande e la seconda è la più curiosa. Il giornalista gli chiede al principio come sta e Gattuso risponde che non ha dormito e che ogni 30 minuti si è alzato per andare in bagno, vi risparmio il linguaggio colorito del giocatore. A quel punto il giornalista gli chiede, e qui ipotizzo una sua formazione cognitivista, cosa pensa di quella sua agitazione, se in un certo senso lo preoccupa. Tocca un piano più centrale o, riprendendo la terminologia precedente, esplora in qualche modo il problema secondario di Gattuso. La risposta che il giocatore dà personalmente  descrive meglio di molti articoli a tema il senso dello sport; vado a memoria sempre al netto del suo linguaggio colorito : “è da quando gioco a calcio che aspetto di provare questa agitazione perché significa che sono arrivato ad un metro dal mio sogno”.

In questa frase ci sono tanti pezzi che meriterebbero una riflessione da un punto di vista umano e clinico perché all’interno vi è la consapevolezza del proprio obiettivo più alto e del significato attribuito a quell’ansia che diventa fedele testimone di questo traguardo. Potrebbe litigarci o cercare di scacciarla ed invece si dà il permesso di provarla attribuendogli ,anzi, un preciso significato in base alla sua storia, rendendola così la sua compagna di viaggio. L’idea di questo articolo nasce dal ripensare a quella testimonianza che a distanza di anni continua a farmi compagnia per la capacità di sottolineare l’importanza di come noi giudichiamo le nostre esperienze interne, delle battaglie che spesso ingaggiamo con esse e al contrario dell’aprirsi ad esse diventando nostre compagne di viaggio nella nostra storia e nei nostri obiettivi.

Dr. Luca Calzolari

 

 

I commenti sono chiusi.