Noi non siamo i nostri pensieri

Prendete con le mani i lati del libro accanto a voi e mettetevelo davanti agli occhi, fino a sfiorarvi il naso. Ecco, ora provate a pensare se in questa situazione riuscireste a guidare, fare una torta, leggere un libro. Ora allungate le braccia al massimo  e cercate di tenerle più lontano possibile, tenete le braccia ferme mi raccomando. Ancora, chiedetevi se siete in grado di fare qualche azione, che sia leggere un giornale, guidare una macchina o fare un disegno. Dopo aver provato entrambi le soluzioni provate a farne un’ultima, probabilmente la più controintuitiva per voi…provate a mettere il libro sulle ginocchia”.

Se noi pensassimo a quel libro come ad un pezzetto per noi doloroso, sia un pensiero o un’emozione, e ci chiedessimo come abbiamo reagito ad esso nella nostra vita, beh molto probabilmente cadremmo in una delle due azioni citate prima. Potremmo aver passato periodi infiniti avendolo sempre in testa, riflettendoci continuamente sopra e cercando strategie per non provare quella sensazione o, altrimenti, potremmo averci lottato cercando di eliminarlo. In entrambi i casi avremmo provato ulteriori vissuti dolorosi per questa lotta con quel pezzo doloroso che non siamo riusciti a sconfiggere organizzando di fatto la nostra vita ed il nostro futuro in base ad esso.

Il razionale dell’Act o Acceptance Commitment Therapy (S.Hayes  Strosahl, & Wilson nel 1999), uno dei nuovi approcci inseriti all’interne della terza ondata della terapia cognitivo comportamentale, è proprio questo. Le strategie che utilizziamo per risolvere i nostri pezzetti complicati portano ad una spirale che mantiene e rinforza il tema doloroso grazie a quello che in clinica viene anche chiamato “problema secondario”, come cioè io giudico le mie esperienze ,siano esse interne (emozioni, pensieri o stati somatici) o esterne (i comportamenti). Se nell’esercizio del libro provassimo per un secondo proprio ad appoggiarlo sulle ginocchia beh ci accorgeremmo che avremmo a quel punto la possibilità di vedere oltre con la possibilità di orientarci verso ciò che sono i nostri valori o più semplicemente i nostri scopi cercando cioè di costruire con quel tema per noi complicato un rapporto diverso. Come possiamo vedere, e ne sancisce la grande differenza rispetto alla terapia cognitivo comportamentale classica, l’Act è una terapia essenzialmente esperenziale che ha come focus la modalità con cui noi ci rapportiamo ai nostri vissuti rispetto ai contenuti dei pensieri negativi.

Luca Calzolari

Psicologo Psicoterapeuta cognitivo comportamentale

Centro Mindfulness Firenze

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