Disturbo da Accumulo

Il disturbo da accumuloil disturbo da accumulo

Gli ultimi 10 anni hanno visto un fiorire esponenziale di studi sulla Disposofobia (conosciuta in ambito clinico come Hoarding Disorder) fino ad oggi considerata una manifestazione secondaria ad altri disturbi (in particolare il Disturbo Ossessivo Compulsivo o il Disturbo di Personalità Ossessivo Compulsivo). Con la pubblicazione del manuale diagnostico DSM-V, gli viene riconosciuto lo status di disturbo autonomo, con il nome di Disturbo da Accumulo, inserito tra i disturbi “correlati” al DOC e viene definito come disturbo caratterizzato dalla difficoltà a buttare determinate cose, indipendentemente dal loro valore, espressione di un intenso bisogno di salvarle e di un forte disagio all’idea di separarsene.

Si tratta di un modello di comportamento caratterizzato dall’incapacità di eliminare alcunché dai propri spazi vitali (casa, auto, ufficio, ecc.) talvolta accompagnata dall’eccessiva acquisizione di oggetti per il loro carattere di “affare” o “scorta”. Si crea così uno sbilanciamento tra il materiale che “esce” (quasi nulla / nulla) e quello che “entra” perché acquistato o raccolto in giro (volantini, bustine di zucchero, giornali, vestiti, cibo, in alcuni casi animali).

Così come sono varie le tipologie di oggetti che si possono accumulare anche la gravità può naturalmente variare molto: si va da persone che hanno la casa completamente invasa dagli oggetti, con solo stretti cunicoli attraverso cui muoversi tra le stanze, a situazioni più sottocontrollo, o semplicemente di minore gravità (per esempio l’accumulo riguarda selettivamente solo alcuni oggetti).

Si stima che tra il 2 e il 5% della popolazione presenti un problema di accumulo che gli causa disagio e/o problemi che interferiscono con il normale svolgimento della propria vita. In realtà è probabile che si tratti di un fenomeno sottostimato visto che raramente chi accumula chiede aiuto e riconosce il disturbo. La tendenza all’accumulo spesso inizia durante l’infanzia o l’adolescenza, ma di solito non ha manifestazioni severe fino all’età adulta.

I segnali della sindrome da Disturbo da Accumulo possono essere:

  • Difficoltà di liberarsi degli oggetti
  • Grandi quantità di oggetti posti in modo disordinato che ingombrano gli spazi vissuti dalla persona e che ne rendono difficile l’utilizzo e il muoversi all’interno
  • Smarrimento degli oggetti tra le tante cose accumulate
  • Essere incapaci desistere dal prendere cose gratuite, es volantini, bustine di zucchero etc.
  • Acquistare cose perché si considerano una “scorta” o per “ogni evenienza”
  • Non invitare familiari o amici in casa per la vergogna e l’imbarazzo

Chi ha un disturbo da accumulo può avere difficoltà a categorizzare i propri beni (ad esempio, decidere ciò che ha valore e ciò che non ne ha) e conseguenti difficoltà a prendere decisioni su cosa fare con tali beni oppure nutrire alcune idee particolari su tali oggetti come un forte senso di attaccamento emotivo, oppure può sentire il bisogno di mantenere il controllo sui propri beni e quindi non volere che nessuno li tocchi o li sposti. Infine un aspetto importante è relativo allo stress emotivo che è connesso con l’eliminazione di tali oggetti; il soggetto può avvertirsi molto ansioso o turbato quando si tratta di prendere una decisione su cosa eliminare, può avere un tratto perfezionistico che determina la paura di prendere la decisione sbagliata su cosa tenere e cosa buttare via, controllando le proprie sensazioni di disagio, evitando di iniziare il compito di eliminazione e rimandando il compito

Per la cura del disturbo da accumulo esistono sia trattamenti farmacologici che psicologici anche se gli studi di efficacia sono minori che per i disturbi più studiati. La terapia più utilizzata è quella cognitivo – comportamentale che coniuga l’ERP con altre componenti della terapia cognitiva. Le componenti centrali di questo trattamento sono:interventi focalizzati sulla motivazione al trattamento, addestramento a capacità come la presa di decisioni o la risoluzione di problemi,con lo scopo di addestrare i pazienti ad imparare a sopportare sempre di più  la  sgradevole sensazione di “buttare via qualcosa di importante”.

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