Disturbo Evitante di Personalità

DEPLa caratteristica clinica principale di questo disturbo di personalità è quella di desiderare relazioni strette e, al contempo, avere un’enorme paura di essere disapprovati e rifiutati. Ciò porta il soggetto a evitare il coinvolgimento intimo (Bartholomew & coll, 2001) e a rinunciare a una vita sociale per paura di risultare inadeguato.

Le persone che sviluppano questo disturbo sono estremamente sensibili alle critiche, temono la disapprovazione e l’esclusione e sono convinte di valere poco.

Il disturbo evitante di personalità si manifesta solitamente all’inizio dell’età adulta. Le persone che ne soffrono vorrebbero instaurare buoni rapporti con gli altri, avere un gruppo di amici e un partner, ma la paura di essere inadeguati e la prospettiva di un rifiuto sono così radicate in loro che riescono a spingerle a evitare il confronto con gli altri e quindi a isolarsi. Spesso infatti si dedicano ad attività ed hobby che non prevedono un contatto con altre persone, come ad esempio la musica e la lettura.

Evitando gli altri e le relazioni le persone con DEP si sentono al sicuro, ma vivono la condizione di solitudine nella quale si ritrovano con estrema tristezza.

 Quali sono le caratteristiche principali del DEP?

I soggetti con disturbo evitante di personalità presentano un forte senso d’inadeguatezza, un’estrema timidezza, la tendenza all’isolamento sociale, l’ipersensibilità alle critiche e una bassa autostima.

Chi soffre di questo disturbo tende a non instaurare nuove relazioni sociali al di fuori di quelle con i familiari e gli amici più stretti. Vi è la convinzione di non essere attraenti e di non avere argomenti interessanti da condividere con altre persone. Lo stile di vita che ne consegue tende ad essere monotono e solitario. Per uscire da questa monotonia occorrerebbe cambiare questa situazione, ma quando il soggetto prova a muovere qualche passo verso questa direzione, si scontra subito con la paura di essere giudicato negativamente e rifiutato.

 Quali sono le cause?

Non esiste una causa chiara e univoca alla base dello sviluppo del DEP. Spesso si tratta della combinazione di più fattori sociali e biologici. Chi è affetto da questo disturbo o ha avuto genitori rigidi ed esigenti oppure esageratamente protettivi; in anamnesi è possibile trovare storie di abuso fisico oppure esperienze negative con i coetanei durante l’infanzia.

 

La terapia cognitivo-comportamentale del DEP

Trattare questo disturbo di personalità è possibile. In letteratura sono riportati diversi tipi di trattamento, sia farmacologico che psicoterapeutico, spesso associati a strategie comportamentali.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale ha lo scopo di aiutare il paziente a monitorare e gestire l’imbarazzo all’interno delle situazioni sociali e ad affrontare con meno timore le relazioni interpersonali.

L’obiettivo del trattamento è quindi quello di “restituire” il paziente al mondo relazionale, in modo che si senta più vicino e partecipe alla vita con gli altri, con meno sofferenza emotiva e distacco. Occorre tener presente che al centro di tutto vi è un senso doloroso di non condivisione e non appartenenza sul quale è doveroso concentrarsi.

Sinteticamente, i target della psicoterapia sono i seguenti:

  1. Incremento delle abilità di monitoraggio e di decentramento.
  2. Riconoscimento degli stati mentali problematici, degli shift (del passaggio da uno stato all’altro) e loro padroneggiamento.
  3. Evidenziazione dei cicli interpersonali disfunzionali.
  4. Aumento delle abilità sociali.
  5. Sviluppo di nuove strategie di mastery (‘evitare di evitare’).

Il paziente con disturbo evitante di personalità ha dapprima bisogno di capire cosa lo fa soffrire e, quindi, di scoprire quali schemi interpersonali lo portano a stare male e a evitare le relazioni. Solo successivamente, in un clima di costante e attenta regolazione della relazione terapeutica, può provare ad esporsi. Di solito l’esposizione non ha successo nel breve tempo e la consapevolezza di avere determinate difficoltà, in una prima fase della terapia, incrementa la sofferenza. Quando si riesce a raggiungere una maggiore distanza critica, una maggiore consapevolezza di essere guidati da schemi interpersonali maladattivi e a sviluppare delle nuove abilità sociali è più semplice che il paziente si esponga alle situazioni sociali temute e a vedere invalidate le sue credenze.

Dr.ssa Michela Meneghetti
Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Cell. 366 4691710
michela.meneghetti@me.com

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